Le Pietre d’Inciampo o Stolpenstein

Sono blocchi di porfido della misura di un sanpietrino incorporati nella pavimentazione di strade e piazze cittadine, che riportano nell’ottone di superficie nome, date di nascita e di deportazione, luogo e data di morte di vittime del nazifascismo. Ideate, realizzate e personalmente collocate dall’artista tedesco di Berlino Gunter Demnig, che dal 1996 volle depositare nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee la memoria diffusa dei cittadini assassinati in lager, sono oggi oltre 56 mila, diffuse in città di 22 Paesi europei – la 50 millesima fu posata a Torino negli anni scorsi – e incastonate presso gli ingressi delle ultime abitazioni delle vittime. Rappresentano simbolicamente e materialmente la resistenza della memoria che vince il negazionismo degli orrori della shoah perpetrati in regimi dittatoriali contro persone di diversa cultura, prassi di vita, fede politica, religione. E siccome per l’Ebraismo “Dimenticare il nome è far morire” (Paolo De Benedetti), i nomi delle vittime incisi sul materiale durevole di “monumenti” minimalisti – intenzionalmente posti per creare “inciampi” visivi e mentali inducendo i passanti a leggere e a conoscere attraverso le informazioni ivi contenute – intendono ridare identità e storia alle persone che si volle ridurre solo a numero.

Gli ottoni che brillano nel grigiore dell’asfalto sono, infatti, piccole opere di potentissima carica emotiva che coniugano bene il vissuto attuale delle città con “quella” loro storia poiché, disseminate in luoghi pubblici di passaggio quotidiano, fanno metaforicamente “inciampare” l’attenzione di chi vi passa sopra nella conoscenza della shoah locale e non,  possono incidere l’indifferenza ed esercitare un argine a nuove barbarie. E poiché il loro posizionamento non è casuale bensì coincide con il luogo di vita dove ciascuna vittima ha abitato, vissuto, amato, lavorato, sofferto, dove era ben conosciuta dai vicini di casa, da compagni di scuola, da amici e colleghi di lavoro e da dove è stata portata via a forza, tutte impongono il riconoscimento e il ricordo anche del tempo, della vita, dell’individualità di ogni vittima.

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